«Ho visto prove». Bastano queste tre parole, pronunciate dal procuratore Nicola Gratteri in un’intervista sul maxiprocesso “Reset”, per far esplodere un tema che da anni divide la giustizia italiana: la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri.
A raccogliere e rilanciare la questione è la Camera penale di Cosenza, che in una nota non nasconde il proprio disappunto per quella che definisce una “confusione concettuale” tra indagini e prova processuale. «Per il Procuratore più mediaticamente noto d’Italia, la prova è ciò che la Procura dice di esser prova», attaccano i penalisti cosentini.
Le parole di Gratteri arrivano in un contesto delicato: il maxiprocesso “Reset” si è chiuso con un elevato numero di assoluzioni, suscitando dubbi sulla solidità delle indagini. Incalzato in una intervista sul disorientamento dei cittadini di fronte a “una discrasia così forte tra l’ipotesi accusatoria e l’esito processuale”, Gratteri ha replicato con fermezza: «Ho messo il visto sulla richiesta di custodia cautelare perché ho consultato video e intercettazioni che riguardavano reati. Ho visto prove».
Ma per i penalisti, quella frase rappresenta proprio il cuore del problema. «La prova non può essere ciò che emerge da una conferenza stampa della Procura o da un’ordinanza cautelare fondata solo sulla tesi accusatoria», scrive il consiglio direttivo presieduto dall’avvocato Roberto Le Pera. «In uno Stato di diritto, la prova è il risultato del confronto tra accusa e difesa, all’interno di un contraddittorio che sfocia in una sentenza emessa in nome del popolo italiano, non della Procura».
Secondo la Camera Penale bruzia, la posizione espressa da Gratteri conferma l’urgenza di separare le carriere dei magistrati, per garantire l’indipendenza del giudice rispetto all’azione del pubblico ministero. «Non basta che il giudice abbia una forma mentis diversa dal PM», aggiungono. «È indispensabile che chi decide sulla libertà dei cittadini non abbia lo stesso percorso culturale e professionale di chi formula le accuse».
«La separazione delle carriere non è una battaglia di categoria, ma una garanzia democratica per i cittadini» – concludono i penalisti con un monito che è anche un appello al legislatore.


