È maledettamente complicato. Padre Fedele se n’è andato stanotte. Il Monaco che va allo stadio, che urla dalla curva, che si mette la sciarpa rossoblù del Cosenza al collo e canta “Maracanà, Maracanà” fino a far vibrare tutto il San Vito.
Dio mi guardi dallo scrivere un cazzo di necrologio. Non voglio lacrime. Non voglio beatificazioni. Non voglio far cambiare idea a nessuno. Che ognuno continui a pensarla come vuole, sul Monaco.
Ma una cosa voglio dirla. Allo stadio, Padre Fedele non si è mai limitato a tifare e basta. No, lui prendeva quei ragazzi dalla curva, quelli che magari non avevano mai visto niente oltre Cosenza, e se li portava in Africa! Come se fosse normale. Come se fosse normale che un monaco ultrà, già di per sé ai confini dell’ossimoro, decidesse che il modo migliore per salvare il mondo fosse portare i tifosi nelle terre più disgraziate del pianeta.
E funzionava, questa cosa assurda. Funzionava perché quei ragazzi tornavano diversi. Tornavano e ti raccontavano di bambini che non avevano niente, proprio niente, ma che sorridevano lo stesso. Ti raccontavano di come avevano scavato pozzi, costruito scuole, salvato vite umane. Eppoi continuavano ad andare, a coinvolgere, ad amare. E tutto era iniziato da una curva di calcio, da un inno lanciato dal Monaco Ultrà!
Eppoi, voglio dire anche di quella storia giudiziaria che ancora oggi nessuno capisce bene e dalla quale è stato assolto. La Chiesa gli ha tolto la possibilità di celebrare messa. Ma lui sapete cosa ha fatto? Ha continuato la sua missione. Ha continuato ad andare in Africa, ha continuato a salvare bambini e ultimi, ha continuato a essere quello che era sempre stato: uno che quando vede la miseria e il dolore non gira la testa dall’altra parte. Ché in un mondo pieno di gente che parla e parla di solidarietà, di aiutare i poveri, di essere buoni cristiani, c’era questo tipo che parlava tanto, perché era un gran chiacchierone, ma agiva. Prendeva e andava. Prendeva i ragazzi della curva e li trasformava in missionari.
E quando era allo stadio, quando partiva con quel suo “Maracanà” che faceva impazzire tutto il San Vito, non stava solo tifando per una squadra di calcio. Stava tifando per l’idea che si può essere diversi, che si può amare qualcosa così tanto da volerlo condividere con tutto il mondo, pure con quei bambini che non sanno neanche cosa sia il calcio ma conoscono benissimo la fame, la miseria, la povertà.
Padre Fedele, il Monaco Ultrà. Che personaggio. Mi viene da piangere e da ridere allo stesso tempo. Da piangere perché se n’è andato, da ridere perché immagino che ora, dovunque sia, stia ancora cantando “Maracanà” con la sciarpa rossoblù al collo e stia ancora rompendo le scatole a qualcuno per andare ad aiutare chi ha bisogno.


