sabato, Febbraio 7, 2026
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Caso Phica.net, foto di donne calabresi online senza consenso: la denuncia di Fem.In.

Dopo lo scandalo del gruppo Facebook “Mia moglie”, anche il sito Phica.net finisce sotto accusa: diffonde immagini di donne inconsapevoli con insulti e richieste di video intimi. Le attiviste di Fem.in denunciano la violenza digitale che colpisce anche Cosenza e provincia

A pochi giorni dallo scandalo del gruppo Facebook “Mia moglie”, dove oltre 32mila uomini condividevano senza consenso foto di mogli, fidanzate e sorelle, un nuovo fronte di preoccupazione si apre sul web. Questa volta al centro delle denunce c’è il sito Phica.net, una piattaforma che raccoglie e diffonde immagini e video di donne ignare, trasformandole in oggetto di mercificazione e derisione.

Il meccanismo, spiegano le attiviste del collettivo femminista Fem.in – Cosentine in lotta, è simile a quello già visto nei casi precedenti: forum territoriali che pescano foto comuni dai social e le inseriscono in discussioni divise per città e province. Accanto ai riferimenti geografici compaiono spesso etichette offensive e sessiste come “vacca”, “porca” o “porcellina”.

Un fenomeno che tocca da vicino anche la Calabria, con più di un topic dedicato a Cosenza e provincia. In molti casi gli utenti chiedono esplicitamente la pubblicazione di video intimi, alimentando una dinamica di revenge porn che sfrutta rancori personali o derive misogine.

Il dibattito sul consenso e il diritto al piacere

Il collettivo Fem.in sottolinea come, accanto alla necessaria riflessione sul consenso e alla denuncia di queste pratiche, sia urgente scardinare lo stigma culturale che lega la sessualità femminile alla vergogna.
«Ciò che ci indigna – scrivono – non è essere considerate persone che rivendicano il diritto al piacere, ma il fatto che questo piacere venga strumentalizzato per vittimizzarci. Perché mai essere definite “Calabresine porcelline” dovrebbe rappresentare un’offesa?».

Secondo le attiviste, alla base vi è un retaggio culturale che considera il sesso una pratica sporca, legata solo alla funzione biologica o al piacere maschile. Una mentalità che condanna le donne che vivono la sessualità in modo libero e consapevole, relegandole in un limbo di “scarso valore morale”.

Il nodo del potere e della violenza simbolica

Il cuore della questione, sostengono le militanti cosentine, non è il sesso in sé ma il potere che alcuni uomini traggono dall’umiliare e dal ricattare le donne attraverso la diffusione di materiale intimo.
«È liberandoci da questi stigmi – aggiungono – che la condivisione non consensuale perderà di senso. Perché ciò che eccita non è il sesso, ma la possibilità di distruggere vite, famiglie e carriere controllando l’esposizione dei nostri corpi».

“Nessuna vergogna”

La presa di posizione di Fem.in si conclude con una dichiarazione di identità e resistenza:
«Siamo donne, operaie e avvocate, madri e sorelle, studentesse e architette. Ci piace il sesso e lo rivendichiamo ad alta voce. Nessun problema, nessuna vergogna».

Un messaggio che va oltre la denuncia di un singolo sito, ponendo al centro il diritto delle donne a vivere la propria sessualità senza paura di essere colpite, esposte o ricattate.

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