Ho sentito Bocchino dire a Travaglio: tu difendi le correnti, ed ho avuto l’ennesima conferma della giustezza assoluta del NO.
Tutto comincia all’alba della seconda Repubblica quando si decise, sull’onda della indignazione per il malaffare imperante nelle istituzioni, di mandare in soffitta (o in esilio?) la politica. Si stabilì, allora, che non valeva più il principio secondo il quale nella democrazie parlamentari occorre, appunto, il parlamento, nel senso letterale del termine, cioè il confronto, il dibattito, il dissenso e alla fine la nobile arte del compromesso, fatto ricercato e trovato tra partiti, tra movimenti, tra idee. Le correnti di pensiero. Le correnti, nobilissimo esercizio di democrazia tradotte in simbolo spregiativo perché individuate come portatrici di interessi di parte, di convenienze di intenzioni inconfessabili.
Senza rendersi conto, nella suggestione della cosiddetta governabilità, che senza i partiti, senza la diversità e la frammentazione e la contrapposizione di idee cioè senza correnti e senza la sintesi di una mediazione che conduca ad una maggioranza non può esserci governo, ma solo la sua negazione, cioè la cosiddetta governabilità.
Che è quel meccanismo, inventato all’inizio degli anni ’90 da un odontotecnico leghista per far in modo che le elezioni non fossero più un modo di proiettare le componenti della società e del popolo nelle istituzioni e di costringerli a parlamentare per trovare un accordo di governo, ma un modo per consentire a chi aveva un voto in più di avere un numero di seggi superiore ai voti – il cosiddetto premio di maggioranza – e tale da avere il controllo del Parlamento e governare in assoluta autonomia, decidendo ogni cosa senza il fastidio di doverla discutere. La chiamano governabilità. In realtà è una porcheria.
Infatti dichiarata incostituzionale. Poi si è deciso che magari anche con il premio di maggioranza qualche mente libera o pensante potesse arrivare comunque in Parlamento perché votata. Ed allora meglio abolire anche i voti di preferenza e nominare i parlamentari così nessuno si azzarderà più a non eseguire o anche semplicemente a discutere le decisioni dei capi che li hanno nominati e che li potranno rinominare, e sostituirli con uno più fedele e ancor meno pensante. Questa è la governabilità.
Però – e qui arriviamo al referendum – c’è ancora un problema ed è la divisione dei poteri. Quello legislativo ed esecutivo si sono unificati grazie alla governabilità. Ormai il Parlamento non è che il ratificatore delle decisioni del Governo. Il problema è la Magistratura che – sebbene anch’essa, come è ovvio – viva nel contesto sociale del Paese ed è quindi inevitabilmente quanto giustamente influenzata dalla politica, è tuttavia sottoposta al controllo di un organo costituzionale indipendente – sul piano formale – dalla politica.
Ma il formalismo non basta. Occorre anche la concretezza. Occorre che il CSM diventi una emanazione della maggioranza di governo.
Dunque basta con la elezione dei suoi membri – laici e togati – con criterio proporzionale e quindi con rappresentanza delle diverse idee (si chiamano correnti e meno male che esistono) ma sempre con la solita parolina magica: governabilità. Dunque sorteggio, metodo già antidemocratico quanto mai, ma per l’occasione, con una ciliegina in più. Sorteggio sì, ma non uguale per tutti, libero, tra tutti i magistrati d’Italia, per la quota dei togati; temperato cioè all’interno di una lista composta dal Parlamento (ovvero dalla maggioranza di Governo) per la quota togata. La realtà chiarissima è che lo scopo del referendum non è la separazione delle carriere dei magistrati che è un principio regolabile con legge ordinaria e che già esiste. La vera finalità molta concreta è la separazione dei controllori delle carriere.
Infatti dietro alla vulgata buona per i non addetti ai lavori (cioè il 90% dei cittadini che sono ogni giorno spintonati sulla domanda suggestiva e di buon senso “volete un giudice terzo?” alla quale, è ovvio si risponde si), non c’è alcuna spiegazione del perché il giudice, che oggi non sarebbe terzo, lo diventerebbe con lo sdoppiamento del CSM.
In realtà si sdoppia il CSM – uno per i requirenti ed uno per i giudicanti – per dare l’impressione, la suggestione, che in questo modo vi sia la separazione delle carriere e che i due mondi diventino così impermeabili l’un l’altro.
Non è così. Ovviamente in primo luogo perché la separazione delle carriere c’è già. Il P.M. che vuol diventare giudicante – e viceversa – può farlo solo una volta e se lo fa deve cambiare distretto e Regione.
E poi perché solo un ingenuo (e nessun italiano chiamato a riflettere può esserlo a tal punto) può pensare che un ente, di qualsiasi tipo, in qualsiasi parte del mondo, sia esente da influenze di ogni genere.
Dunque il CSM dei giudici (o quello dei P.M. quello che volete) continuerà ad essere soggetto ad influenze di qualsiasi tipo, esattamente come prima.
Con una differenza. Che le influenze, le convenienze, le connivenze della politica saranno molto più dirette, anzi istituzionalizzate, perché i CSM saranno composti con sorteggi a casaccio per la parte dei giudici ed estratti da una lista fatta dal Governo in carica, per la parte laica.
Dunque le influenze della politica saranno più o meno pressanti di prima?
Passiamo cioè da un organismo composto da eletti con il metodo stabilito dalla Costituzione ad un organismo eletto in modo diverso che indebolisce la parte della Magistratura e rafforza la parte politica.
E’ smentibile tutto ciò?
E poi questa storia del sorteggio che renderebbe tutto più trasparente è un espediente demagogico che può starci in un gioco a premi, ma qui stiamo parlando di un organo costituzionale. Vorreste che il Consiglio comunale della vostra città fosse eletto a sorteggio? Vorreste che il vostro rappresentate sindacale fosse sorteggiato? Vorreste che il genitore del consiglio della scuola di vostro figlio fosse estratto da un bussolotto? E allora perché non sorteggiamo pure il Parlamento o il nostro rappresentante dell’ONU?
La verità è sotto gli occhi di tutti. Il re è nudo. Abolita la rappresentanza proporzionale del Parlamento, abolite le preferenze, uccisi così i partiti, occupate le istituzioni con le nomine, posti i paletti alla fastidiosa Corte dei Conti, quel grillo parlante che censura sprechi e corruzioni, si arriva al cuore del problema: occorre solo evitare, come dice Nordio, le invasioni di campo della Magistratura nei confronti della politica.
Il che vuol dire (non sentite qualche brivido?) che nel nostro Paese c’è un campo, quello della politica dove la Giustizia non può e non deve entrare. Tutti i cittadini sono inquisibili tranne i politici. Anche se si ha la dimostrazione della assenza di costanti appiattimenti e di congiure tra PM e Giudici accomunati nelle carriere (Salvini assolto, il caso Milano con la revoca di tutti i sequestri, Ferragni assolta, ecc. ecc.) questo non basta. Evidentemente per stare tranquilli occorre controllare l’accusa, l’avvio del procedimento penale, bisogna silenziare il dissenso e quindi tenere in mano le carriere dei P.M. per avviare il progetto della sottoposizione dell’azione giudiziaria al potere politico.
Qualche anima bella dice che esageriamo, che la tenuta della nostra democrazia non è in pericolo, che non c’è alcun pericolo di tornare a tempi bui. Sarà, ma si diceva così anche nel ’22 e sappiamo com’è andata a finire.
Enzo Paolini


