Venerdì sera alla Feltrinelli di Cosenza, Rosa Matteucci ha spiazzato tutti: «Sono venuta a pubblicizzare la mia nuova linea di padelle antiaderenti. Cucina sana, pratica e demenziale. Ai primi dieci che si prenotano regaleremo anche il libro con sottopentola incorporata». La battuta ha funzionato alla perfezione. La sala è esplosa in una risata fragorosa. Poi il tono è cambiato. E la scrittrice ha raccontato la genesi di “Cartagloria”, romanzo autobiografico sulla ricerca di Dio, edito da Adelphi, presente nella Decina 2026 del Premio Sila. Ha dialogato con lei, Battista Sangineto.
Lingua arcaica, parole sanscrite
Otto anni dopo “Costellazione familiare” (Adelphi, 2016), Rosa Matteucci è tornata a scrivere. «Sono sprofondata in una sorta di pozzo. Mi guardavo attorno e avevo la sensazione che la lingua italiana venisse progressivamente scippata, impoverita. Una cosa che mi ha provocato quasi orrore». Ha sempre usato una lingua arcaica, attraversata da termini desueti, parole sanscrite. «Ho una passione assoluta per l’italiano di fine Ottocento e dei primi del Novecento, quella lingua che in qualche modo si chiude con “Le sorelle Materassi”. Quando pubblicai “Lourdes” con Adelphi mi dissero: per come scrivi ti serve il Panzini. È un dizionario del 1905 che spiega termini ormai scomparsi». Poi sono arrivati un incidente grave, il Covid, la nebbia cognitiva. «Per un anno e mezzo non riuscivo più a leggere, non riuscivo più a scrivere. Poi ho dovuto affrontare un intervento chirurgico importante. L’anestesia totale, in qualche modo, ha rimesso ordine».
La morte del padre
Il nucleo del romanzo è autobiografico. Matteucci ha raccontato la morte del padre per malasanità. «Il 22 gennaio del 1996, all’alba, ho visto morire mio padre». Una notte infernale. Dalla mezzanotte alle cinque e mezza del mattino. «Mio padre aveva la dispnea, sentiva di soffocare. Si agitava continuamente nel letto, cercava aria. Alle cinque e mezza arrivò il medico di guardia. Davanti a me, a una persona che stava morendo soffocata, fece una flebo di Valium. Poco dopo mio padre morì». Poi l’inchiesta giudiziaria, l’autopsia, gli insulti degli infermieri nei corridoi del tribunale. «Quando uscii dall’ospedale vidi una statua della Madonna di Lourdes. E in quel momento dissi a me stessa: io andrò a Lourdes. Andrò lì a chiedere conto di questa morte».
Il funerale e il necroforo
Il giorno dopo ci fu il funerale. E Rosa Matteucci ha raccontato una scena surreale: il carro funebre che sbaglia cimitero, la cappella di famiglia troppo piccola, il necroforo che arriva all’alba con guanti enormi e il cellulare che suona continuamente. «La suoneria era l’orgasmo di Cicciolina. Gennaio, le sette del mattino, la nebbia, io devastata dalla morte di questo padre. Mia madre quasi elettrizzata dall’organizzazione pratica della cosa». Il trisnonno viene spostato. «Sollevano questi mattoni e viene fuori una polvere impressionante. Il cane era felicissimo perché sentiva l’odore delle ossa. Mia madre prese la barba del trisnonno e la infilò nel cassettino della mia Nissan Micra».
Dal Nepal alla Messa tridentina
Rosa Matteucci ha raccontato il suo pellegrinaggio spirituale. Nel 1991 va in Nepal come apprendista monaca buddista. «Volevo studiare il sanscrito. Invece passavo le giornate a pulire i pavimenti con lo scopettone, come nell’Ottocento. La dieta era terrificante. Brodo d’ossa, continuamente. A un certo punto telefonai a mio padre che rispose: adesso chiamo l’Interpol». Poi Lourdes, la Soka Gakkai, un frate esorcista asserragliato in un eremo che vende messalini con audiorosario incorporato. Fino alla scoperta della Messa tridentina. «Nel 2019, entrai per caso in un oratorio a Lavagna. Celebravano la Messa latina recitata. Rimasi completamente ubriacata da quel rito. Vidi quelle cornici d’argento sull’altare e chiesi: come si chiamano? Le cartaglorie».
Una lingua fuori dal tempo
La direttrice del Premio Sila, Gemma Cestari, ha sottolineato l’unicità della scrittura di Rosa Matteucci. «Una scrittrice, scrittrice. La lingua viene forgiata, piegata. Ogni parola sembra scelta con una cura quasi artigianale. Termini desueti, espressioni rare, immagini linguistiche sorprendenti». L’autrice ha risposto: «Io parlo come scrivo. Sul testo magari c’è un po’ più di cesello. Quella lingua che in qualche modo si spegne con “Le sorelle Materassi” ritorna un po’ in Landolfi, che io ho amato moltissimo. Io sono nata a Orvieto. Il nostro dialetto è pieno di parole toscane. Quella sonorità, quel lessico, li riconosco come qualcosa di profondamente mio».
Tocca a Matteo Nucci
Lunedì 11 maggio, alle 18, alla Biblioteca “Stefano Rodotà” del Liceo classico Telesio, ottavo appuntamento con i libri della Decina 2026 del Premio Sila: Matteo Nucci presenta “Platone una storia d’amore” (Feltrinelli), romanzo che fa parte anche della dozzina del Premio Strega 2026.


