La ragione di questo breve intervento trae spunto da un concreto timore: confondere una battaglia di civiltà giuridica e a difesa di principi costituzionali con la semplicistica appartenenza a questo o ad altro schieramento politico.
Trattare tematiche così delicate con il piglio del tifoso non è ciò che serve.
Serve, però, ricordare, forse anche a me stesso, che questa battaglia, questa riforma, trae origine proprio da quella parte del campo politico che oggi sostiene convintamente le ragioni del No.
La parte più riformista, garantista e democratica.
Un richiamo alla coerenza politica attraverso dei brevi passaggi storici che invece dovrebbero fondare le ragioni del Sì di sinistra.
Era il 1990, da poco era diventata operativa la riforma Vassalli, il rito accusatorio, vera e propria rivoluzione giuridica.
Molti schieramenti politici, anche e soprattutto di sinistra, hanno iniziato a discutere di un necessario corollario a tale rivoluzione, senza il quale il modello sarebbe rimasto incompleto, ossia la separazione delle carriere in magistratura, compresa quella dell’unico Csm.
In quel periodo, però, importanti cambiamenti internazionali hanno tolto spazio e la riforma non andò in porto.
Negli anni successivi, il tema era ancora sul tavolo delle Commissioni di centrosinistra, seppur con qualche divisione interna, tutti i partiti riformisti erano favorevoli, dagli allora Ds, passando del il Ppi, era favorevole anche una componente dei Verdi e una parte di Rifondazione Comunista.
Anche in questo periodo, la storia e gli eventi non crearono un terreno fertile per il completamento dell’iter, però, si giunse ad una importante modifica dell’articolo 111 della Costituzione che, evidentemente, era il primo importante passo verso la separazione delle carriere: l’inserimento nella norma di un principio di importanza epocale “Ogni processo si svolge nel contraddittorio tra le parti, in condizione di parità, davanti ad un Giudice terzo ed imparziale”.
Nonostante tale meravigliosa anteprima per giungere, finalmente, al completamento della riforma, non si fece il passo finale.
Ed ancora, erano gli anni 2013-2018, il Pd propose una riforma elettorale del Csm basata su collegi uninominali, tesa a contrastare le logiche correntizie. Riforma che fu aspramente contrastata, in nome della salvaguardia proprio delle correnti interne, da quegli stessi magistrati che, oggi, difendono l’attuale status quo.
Si badi, il criterio del sorteggio, previsto nell’attuale riforma, non mi affascina per niente. E, però, sempre meglio dell’attuale sistema affidato alle correnti.
Infine, nel 2022, solo pochi anni fa, l’interesse del centrosinistra sul tema riprende vigore allorquando il Pd propose “… di istituire con legge di revisione costituzionale un’Alta Corte competente a giudicare le impugnazioni sugli addebiti disciplinari dei magistrati e sulle nomine contestate».
L’idea era quella di devolvere ad una Corte disciplinare autonoma la competenza a decidere in merito agli addebiti disciplinari mossi nei confronti dei magistrati.
Si, proprio quello stesso Pd che oggi, insieme a tutto lo schieramento di centrosinistra, con l’unico obiettivo di contrastare l’avversario politico -che è anche il mio avversario, sia chiaro-, si batte per fermare una sua riforma, che affonda le radici ancor più lontano, in epoca Ulivo sino agli albori della nascita dello stesso Partito Democratico per giungere alla mozione Martina del 2019, che comprendeva, appunto, la separazione delle carriere.
Il mio timore è fondato.
Dispiace dover constatare che il centrosinistra di oggi, la mia parte politica, scegliendo di sostenere le ragioni del No, sta rinnegando 30 anni di lotta riformista e di civiltà giuridica.
Non ne facciamo una questione di appartenenza a schieramenti politici.
È battaglia di civiltà giuridica.
Avv. Rosario Carbone


