Scrivere della morte di Raffaela Siniscalchi significa, per me, fare i conti con un dolore che ha ancora il suono dell’incredulità. Da quando ho appreso la notizia della sua scomparsa, continuo a pensare alla sua voce, al suo sorriso, alla sua capacità di entrare nelle vite degli altri con una delicatezza rara. Ho conosciuto Raffaela e faccio fatica a raccontarla separando l’artista dalla donna. In lei la musica coincideva con il modo di stare al mondo. Era ascolto, presenza, curiosità, rispetto. Aveva il dono di far sentire importante chi le stava accanto e riusciva a trasmettere calore senza mai invadere lo spazio degli altri.
Raffaela era una cantante autentica, libera, innamorata della ricerca. Non si accontentava delle strade già percorse. Cercava ogni volta una nuova sfumatura, una verità nascosta tra le parole, un passaggio capace di trasformare una canzone in un racconto personale. La sua voce poteva essere carezza, materia, ferita, luce. Poteva raggiungere l’intimità di un sussurro e aprirsi improvvisamente in una forza capace di riempire il palco. La ricordo per quella voce immediatamente riconoscibile, capace di restare dentro anche dopo l’ultima nota. La ricordo per l’intensità con cui affrontava ogni progetto, per il rispetto quasi sacro che nutriva verso la musica e verso i musicisti con i quali condivideva il palco.
Cantante e attrice dal 1988, dal 2003 aveva fatto parte della Compagnia della Luna di Nicola Piovani, partecipando a spettacoli, registrazioni e produzioni audiovisive. Nel 2012 aveva inciso con Ennio Morricone per la colonna sonora del film “La migliore offerta” di Giuseppe Tornatore. Nel 2015 aveva nuovamente prestato la propria voce alla musica del Maestro, insieme alla Roma Sinfonietta, per il film “En mai, fais ce qu’il te plaît” di Christian Carion.
Raffaela aveva attraversato quasi quarant’anni di musica italiana senza confini. Jazz, blues, etno-jazz, teatro musicale, cinema e canzone d’autore convivevano nella sua identità. Aveva lavorato con Roberto Gatto, Danilo Rea, Paolo Fresu, Gianluigi Trovesi, Bruno Tommaso, Paolo Damiani, Antonello Salis, Gabriele Mirabassi, Michele Rabbia e Giorgio Gaslini. Questi nomi raccontano la sua statura artistica. Chi l’ha conosciuta sa che la sua grandezza abitava anche altrove. Nel modo in cui ascoltava gli altri. Nella generosità con cui entrava nei progetti. Nel desiderio di creare un dialogo vero, senza trasformare la musica in un esercizio di esibizione.
Raffaela possedeva una delle qualità più preziose per una jazzista: sapeva stare dentro la musica insieme agli altri. Non cercava il centro della scena. Cercava il punto nel quale voce, strumenti, respiro e intenzione potessero incontrarsi. Ogni concerto diventava così un luogo condiviso, un’esperienza capace di nascere e morire nello stesso istante. Uno dei suoi lavori più importanti è stato “Waitin’4Waits”, il progetto dedicato all’universo poetico e musicale di Tom Waits, pubblicato nel 2016 e segnalato tra i dischi più interessanti dell’anno, con una candidatura alle Targhe Tenco.
Ricordo quanto quel progetto le somigliasse. Raffaela affrontava Tom Waits senza imitarlo. Entrava nelle sue canzoni con la libertà di una jazzista e con la sensibilità di un’attrice. Cercava i personaggi, le notti, le crepe, l’ironia, le storie degli ultimi. Trasformava quel repertorio in un viaggio sonoro personale, costruito con voce, violoncello, chitarra e contrabbasso.
Aveva definito la musica una «luce improvvisa». Oggi questa immagine mi appare ancora più vera. Raffaela amava l’istante irripetibile, la prima take, l’emozione non levigata fino a perdere la propria vita. Credeva nella melodia, nella forza dell’improvvisazione e nel rispetto dovuto a ogni singola nota.
Quella luce attraversava anche “Il viaggio”, inciso con il No Border Trio lungo un itinerario ideale dall’Africa all’America Latina, e “Ho visto Nina volare”, il progetto dedicato a Fabrizio De André con Gabriele Coen, Stefano Saletti e Mario Rivera. Anche in quel caso le canzoni diventavano spazi aperti, attraversati dal jazz, dalla musica mediterranea e da sonorità provenienti da mondi differenti.
La feci venire in Calabria a Le Colline del Jazz di cui ero l’ufficio stampa. La scelsi perché conoscevo il valore della sua ricerca e sentivo che quel palco fosse il luogo giusto per accogliere la sua voce, il suo modo di raccontare la musica, la sua eleganza mai costruita.
Conservo un ricordo vivido di quei giorni. Portare Raffaela al festival significò offrire al pubblico molto più di un concerto. Significò condividere un’esperienza artistica intensa, fatta di suoni, parole, silenzi e immagini. Sul palco riusciva a creare un’intimità speciale, anche davanti a tante persone. Ti conduceva dentro la musica con naturalezza, senza gesti superflui, affidandosi alla forza della voce e alla verità dell’interpretazione.
Per me fu un privilegio averla voluta e aver contribuito a farla incontrare con il pubblico calabrese. Oggi quel ricordo assume un valore ancora più profondo. Rivedo il suo entusiasmo, la cura con cui preparava ogni passaggio, il rispetto per i musicisti, l’attenzione verso chi lavorava all’organizzazione. Rivedo il sorriso con cui accoglieva le persone e la gratitudine sincera che sapeva manifestare.
Ho avuto modo di vedere da vicino la passione con cui viveva la musica. Non era soltanto un mestiere. Era una necessità. Raffaela entrava in ogni progetto con attenzione, studio, entusiasmo. Portava con sé una curiosità capace di rimettere tutto in movimento.
Accanto all’attività concertistica aveva dedicato oltre trent’anni all’insegnamento. Dal 1994 lavorava come vocal coach nelle principali scuole musicali romane. Intere generazioni di cantanti hanno incontrato la sua competenza e il suo modo umano di accompagnare ciascuno verso la propria voce. Anche questo racconta profondamente chi era. Raffaela non insegnava a somigliare a qualcuno. Insegnava a cercarsi. Lo aveva fatto per tutta la vita anche con se stessa, attraversando linguaggi diversi e conservando una coerenza profonda. La libertà, per lei, nasceva dallo studio, dalla disciplina e dal coraggio di mostrarsi senza maschere.
Oggi penso soprattutto alla donna. Alla gentilezza mai formale. Alla disponibilità. Alla capacità di accogliere. In un ambiente nel quale il talento viene spesso accompagnato da distanze e rituali, Raffaela conservava una semplicità disarmante. Non aveva bisogno di dimostrare nulla. La sua grandezza viveva nella musica e nei rapporti che costruiva.
La notizia della sua morte ha attraversato il mondo musicale come una nota spezzata. I messaggi degli amici, dei colleghi e degli allievi raccontano una donna profondamente amata, una professionista generosa, una voce capace di lasciare un segno ben oltre i dischi e i palcoscenici. Io continuerò a ricordarla così: luminosa, appassionata, presente. Con il sorriso di chi aveva ancora voglia di scoprire, di cantare, di condividere. Con quella voce capace di attraversare il silenzio e di trasformarlo in emozione.
Raffaela se ne va troppo presto, nel pieno di una storia artistica che aveva ancora molto da raccontare. Restano i dischi, le colonne sonore, i concerti, le lezioni, le voci che ha aiutato a nascere. Resta il privilegio di averla conosciuta, di averla ascoltata, di averla invitata a Le Colline del Jazz e di aver condiviso con lei un tratto di strada.
La sua musica continuerà a muoversi nell’aria, libera e profonda. Ogni volta che tornerò ad ascoltarla ritroverò qualcosa di lei: il rigore, la dolcezza, l’ironia, la forza, quella luce improvvisa che sapeva accendere dentro una canzone.
Oggi quella luce porta il nome di Raffaela Siniscalchi.


