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Revenge porn a Cosenza, condanna confermata in Appello

La Corte d’Appello di Catanzaro ha confermato la responsabilità dell’imputato per la diffusione illecita di immagini intime. Le vittime avranno diritto al risarcimento dei danni

La Corte d’Appello di Catanzaro ha confermato la condanna nei confronti di D.N., fotografo e divulgatore cosentino, accusato di avere diffuso online immagini e video sessualmente espliciti riguardanti alcune sue partner senza il loro consenso.

Il dispositivo è stato pronunciato il 10 luglio 2026 nell’ambito del procedimento iscritto al registro generale con il numero 1690/24, davanti al collegio presieduto dal giudice Antonio Giglio. La decisione di secondo grado resta suscettibile di ricorso in Cassazione.

La vicenda era diventata di dominio pubblico anche in seguito a un servizio della trasmissione “Le Iene”, andato in onda il 14 maggio 2024. L’uomo era stato raggiunto dall’inviata Nina Palmieri in via Panebianco e intervistato successivamente in piazza Europa, a Cosenza.

Secondo quanto ricostruito nel processo di primo grado e richiamato dall’Associazione Diritti Prevenzione e Sicurezza, l’imputato avrebbe pubblicato su siti pornografici e blog numerosi filmati e fotografie relativi a rapporti sessuali con diverse donne. Le immagini sarebbero state registrate, in più occasioni, senza un consenso consapevole alla ripresa o alla successiva diffusione.

Il materiale sarebbe stato inoltre modificato in modo da rendere irriconoscibile l’autore delle riprese, lasciando visibili le donne coinvolte ed esponendole alla circolazione incontrollata dei contenuti sulla rete.

Le denunce e il sequestro dei dispositivi

Le indagini sono partite dopo le denunce presentate alla Polizia per la sicurezza cibernetica di Cosenza da due donne, che avrebbero scoperto casualmente la presenza dei propri video su internet.

Nel corso di una perquisizione domiciliare gli investigatori avrebbero rinvenuto diversi dispositivi elettronici contenenti circa settemila fotografie, video e informazioni personali riferibili a numerose donne. Il materiale, secondo quanto riportato nel comunicato, era organizzato in cartelle contrassegnate con i nomi delle persone riprese.

Gli accertamenti informatici sono stati affidati all’analista forense Sara Capoccitti, che avrebbe ricostruito il contenuto dei supporti digitali e la provenienza della diffusione dei file.

Alcuni video di una delle denuncianti sarebbero comparsi anche sul sito “Phica.net”, piattaforma finita al centro di segnalazioni e denunce da parte di associazioni impegnate nella tutela delle donne e nel contrasto alla violenza digitale.

Il risarcimento riconosciuto alle vittime

Le persone offese sono state assistite dalle avvocate Amelia Ferrari e Carla Scarpino Arcuri. Nel corso del processo la difesa delle vittime ha posto l’accento sulle conseguenze psicologiche, personali e familiari provocate dalla pubblicazione dei contenuti intimi.

La sentenza ha riconosciuto anche il diritto al risarcimento dei danni, la cui quantificazione potrà essere definita nelle sedi competenti.

L’Associazione Diritti Prevenzione e Sicurezza ha annunciato nuove iniziative affinché il reato previsto dall’articolo 612-ter del Codice penale possa rientrare tra quelli ammessi al patrocinio a spese dello Stato senza limiti di reddito, al pari di altre fattispecie comprese nella disciplina del cosiddetto “Codice Rosso”.

L’obiettivo indicato dall’associazione è colmare una lacuna normativa e garantire alle vittime della diffusione illecita di immagini sessualmente esplicite un accesso più ampio e immediato alla tutela legale.

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